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SODDISFAZIONE DELL’ENPA PER LA SOSPENSIONE DI BIGAZZI DA “LA PROVA DEL CUOCO”


In merito alla sospensione di Giuseppe Bigazzi dalla trasmissione “La Prova del Cuoco”, il presidente dell’Enpa, Carla Rocchi, dichiara quanto segue: «L’ Enpaapprende con soddisfazione dell'avvenuta sospensione di Bigazzi dalla trasmissione “La Prova del Cuoco” e apprezza la tempestività con cui l'azienda ha saputo sanzionare un comportamento che riesce a essere al tempo stesso un reato – istigazione al maltrattamento di animali - e una iniziativa di totale povertà di spirito». (16 febbraio)



Ci sono infatti molti modi per raccontare un accadimento. Il “narratore” può scegliere un approccio descrittivo e adottare uno stile cronachistico, asciutto e distaccato; ma può anche optare per una impostazione “più partecipata” attraverso cui quale sottolineare il proprio punto di vista. Una modalità narrativa, quest’ultima, da usare con particolare accortezza poiché spesso: la distanza tra una considerazione salace e una provocazione puramente narcisistica rischia di essere molto breve.

Ed è proprio questa la critica mossa al copresentatore de “La Prova del Cuoco”, Giuseppe Bigazzi, all’indomani della sua infelice uscita sulla carne di gatto. A Radio Capital il giornalista ha dichiarato di non essere pentito. La sua intenzione – ha spiegato - era di riportare un mero fatto, ovvero le condizioni di miseria che negli anni ’30 e ’40 spinsero alcuni italiani a nutrirsi con la carne dei felini. Se l’obiettivo era dunque la ricostruzione storica del “tempo che fu” non si capisce il ricorso a espressioni quali “carnine bianche”, “uno dei grandi piatti del Valdarno era il gatto in umido”, “il gatto (...) che t’assicuro che è una delizia”. Un modo di interloquire che ha ben poco in comune con il linguaggio storiografico e che rivela, invece, un punto di vista squisitamente soggettivo. Toni che hanno infatti creato non poco imbarazzo alla presentatrice Isabella Isoardi, visibilmente a disagio di fronte alle esternazioni del giornalista, e a moltissimi telespettatori; toni che contrastano drammaticamente con la condizione di centinaia di migliaia di animali, sottoposti a quotidiani maltrattamenti - bocconi avvelenati, percosse, abbandoni, deprivazione alimentare, sevizie sessuali (zoopornografia) - che hanno il solo scopo di placare gli istinti più sadici dell’uomo.

Ma c’è dell’altro. A chiusura del suo intervento il giornalista ha attaccato: “gli amanti della natura” (leggi: gli animalisti) che – a suo dire - sarebbero “razzisti” perchè (oltre ai gatti) “non difendono i conigli”. Un’affermazione sui generis che rivela una conoscenza molto superficiale del mondo animalista e delle norme a protezione degli animali.

I felini, a differenza degli “animali da reddito”, sono tutelati da una legge dello Stato - la 281/91 sul randagismo – che attribuisce loro lo status di animali d’affezione (“i gatti in libertà possono essere soppressi soltanto se gravemente malati o incurabili”). Esaltare il sapore della carne di gatto – “una delizia” – equivale dunque a valorizzare un comportamento criminogeno. Ci sono poi gli articoli 544 bis e 544 ter del Codice penale che, a dispetto di qualsiasi differenza di “status”, proteggono tutti gli animali dai maltrattamenti gratuiti e dalla morte “per crudeltà o senza necessità”.

Il giornalista, inoltre, sembra ignorare che le associazioni animaliste, tra cui proprio l’Enpa, sono da sempre impegnate per difendere i diritti degli animali - di tutti gli animali – e per promuovere un cambiamento culturale in questo senso. Una semplice vista al sito web dell’Enpa avrebbe permesso al giornalista di familiarizzare con le iniziative a favore del vegetarismo; con gli interventi contro la macellazione rituale; con la richiesta di riconoscere ai cavalli lo status di animali d’affezione (come cani e gatti); con le campagne per eliminare il consumo della carne d’agnello a Pasqua o mettere al bando il Fois Gras; con la battaglia contro “Caccia Selvaggia”.

Tra l’altro una minima conoscenza di cosa le differenti culture stabiliscono di mangiare o non mangiare sarebbe necessaria per una persona che lavora in una televisione pubblica e che svolge una funzione informativo – divulgativa. All’indomani della sortita, dunque, meglio avrebbe fatto Bigazzi, a prendere in considerazione l’ipotesi di avere sbagliato e a chiedere scusa non alle associazioni animaliste ma agli animali e a tutti gli italiani che si sono sentiti offesi dalla sue parole. (17 febbraio)



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